Nessuno dei popoli primitivi studiati
dagli antropologi ignora l'uso dei suoni, cioè un qualche
tipo di musica. Ed è pensabile che essa si sia sviluppata
nelle comunità preistoriche insieme con il linguaggio. Per
amplificare la voce e mandare richiami a distanza, gli
uomini primitivi si servivano di grandi conchiglie o di
trombe fatte di scorza d'albero, che furono dunque i primi
strumenti a fiato. Oppure battevano su tronchi cavi o su
pelli tese sopra un recipiente vuoto, insomma sui primi
strumenti a percussione. Anche la natura offre suoni
significativi, che possono essere modulati o fragorosi:
basta pensare al canto soave dell'usignolo o, al contrario,
ai rumori improvvisi e terrificanti della tempesta, con il
vento che sibila tra gli alberi, la pioggia che scroscia
sulla terra e il tuono che squarcia il cielo. Gli uomini
primitivi, attenti ai fenomeni naturali e intimoriti dal
fatto di non poterli controllare consideravano questi suoni
come voci divine, e ben presto la musica venne ad avere una
parte importante nei riti magici e religiosi delle comunità
umane. Con i flauti fatti di canne più o meno lunghe si
potevano emettere suoni simili al cinguettare degli uccelli,
con i tamburi e i gong si imitavano i suoni più profondi o
squillanti. Quando tuttavia parliamo di musica, intendiamo
non solo l'emissione di suoni con la voce e gli strumenti,
ma anche una qualche loro organizzazione. Può bastare un
suono soltanto per avere della musica, ma ripetuto seguendo
un "ritmo".